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Tempo di lettura: 7 minuti

5 parole a cui fare attenzione se vuoi essere felice sul posto di lavoro

Cinque parole con cui non intendiamo più convivere: nomofobia, fomo, workaholism, burnout, mobbing.
Tempo di lettura: 7 minuti

5 parole a cui fare attenzione se vuoi essere felice sul posto di lavoro

Cinque parole con cui non intendiamo più convivere: nomofobia, fomo, workaholism, burnout, mobbing.

Sono molti i termini che abbiamo adottato dalla lingua inglese e che oggi usiamo nel nostro quotidiano. Anche tu amerai scattare un selfie, oppure abbiamo tutti iniziato a usare la parola call al posto di videochiamata, senza contare quei termini che da decenni sono diventati di uso comune come week-end e happy hour. Non tutti gli inglesismi però ci ricordano un momento di svago o l’ultimo ritrovato tecnologico dell’anno, oggi vogliamo parlarti proprio di cinque fra questi.

In collaborazione con:

dott.ssa Chiara D’Antuono – Membro del team UnoBravo
Psicoterapeuta sistemico-relazionale
https://www.unobravo.com/psicologi/chiara-dantuono

La società odierna è sempre di più una società virtuale. L’arrivo della pandemia del Coronavirus nel corso del 2020 ha infatti accelerato l’evolversi dei legami virtuali e l’utilizzo di sempre più diffuso di app che permettono di sentirci distanti ma vicini. Quante volte avrai sentito queste parole? Se da un lato la tecnologia può essere uno strumento necessario e importante, d’altra parte può diventare anche molto pericolosa. Il sociologo Bauman parla di società liquida, riferendosi al fatto che i legami sociali tra gli individui sembrano divenire sempre più inconsistenti e fragili. 

Viviamo, infatti, in una dimensione di continua incertezza sia dal punto di vista affettivo che lavorativo. Nel mondo del lavoro, per esempio, se le generazioni precedenti godevano di certezze stabili (i nostri padri e i nostri nonni avevano un lavoro certo e sapevano che sarebbe stato quello per tutta la vita), oggi il lavoro sicuro non esiste più. In queste condizioni vengono a mancare i tradizionali punti di riferimento della società, che si è iniziata a caratterizzare sempre più nel segno dell’individualismo.

Benvenuti qui, dove sentimenti di appartenenza e condivisione cedono facilmente il posto alla competitività.

Però diventare Automatiker vuol dire abbracciare un modo di vivere e lavorare che metta al primo posto sempre il tuo benessere. E quello che segue è il dizionario delle parole a cui prestare attenzione per raggiungere l’obiettivo di lavorare felici. 😁

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1) La nomofobia, ovvero l’ansia dell’offline

Nomofobia (abbreviazione della frase no-mobile phobia): è una parola che descrive la sofferenza transitoria causata da non avere a portata di mano il telefono cellulare e alla paura di perderlo. Alcuni dei suoi effetti possono essere davvero spiacevoli:

  • una sensazione di panico al pensiero di non essere rintracciabili;
  • la necessità di aggiornarsi costantemente sulle informazioni condivise dagli altri; 
  • la tendenza a controllare il telefono in ogni momento e in ogni luogo.

Insomma, in un mondo dove siamo sempre connessi, il rischio è sentire il timore di disconnetterci. Non a caso in una persona con nomofobia si innesca un vero e proprio meccanismo di dipendenza.

A volte essere offline non è così male! 😉

Nomofobia: quali sono i sintomi principali? 

Ecco dieci campanelli d’allarme per riconoscere se stai cadendo nella nomofobia:

  1. usi il cellulare per la maggior parte della giornata; 
  2. possiedi uno o più dispositivi (smartphone, tablet, smartwatch);
  3. porti sempre un caricabatterie con te per evitare che il cellulare si scarichi;
  4. ti innervosisce il pensiero di perdere il tuo portatile o non poter utilizzare il telefono cellulare – vuoi per la batteria scarica o per il credito esaurito;
  5. hai lasciato a familiari e amici un numero di contatto alternativo e porti sempre con te una scheda telefonica prepagata per effettuare chiamate di emergenza nelle situazione più disparate;
  6. hai la tendenza a sbirciare lo schermo del telefono per assicurarti se hai ricevuto messaggi o chiamate. Sappi che in questo caso esiste una parola specifica, ringxiety, che unisce i termini inglesi “squillo” e “ansia”.
  7. controlli costantemente il livello di batteria del dispositivo per assicurarti che non si possa scaricare;
  8. mantieni il telefono cellulare acceso 24 ore al giorno;
  9. dormi con il cellulare o il tablet nel letto;
  10. utilizzi lo smartphone in posti in cui ne è vietato l’uso.

Hai contato in quante di queste situazioni ti rivedi? Non temere, anzi fai attenzione a non considerare questi comportamenti patologici di per sé. Si parla infatti di nomofobia quando provi una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile, al punto da sperimentare sintomi fisici simili all’attacco di panico come mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione in eccesso, battito cardiaco accelerato, dolore toracico e nausea.

2) La FOMO, una diretta conseguenza della nomofobia

La parola FOMO – un acronimo per l’espressione inglese fear of missing out, cioè letteralmente “paura di essere tagliati fuori” –  indica una forma di ansia sociale caratterizzata dalla paura di essere esclusi da eventi, esperienze, o contesti sociali gratificanti.

La FOMO comporta la paura che le altre persone possano fare esperienze fantastiche quando non si è presenti o direttamente coinvolti. A ciò si accompagna il desiderio, che può diventare ossessivo, di monitorare continuamente quello che i nostri amici pubblicano sui social network per poter rimanere sempre aggiornati. La dipendenza psicologica dall’essere online potrebbe provocare ansia nel momento in cui non è possibile, causando così la paura di essere tagliati fuori e persino un utilizzo patologico di internet.

Si ritiene che la FOMO abbia influenze negative sulla salute e il benessere psicologico delle persone, contribuendo allo sviluppo di fenomeni depressivi.

3) Il workaholism, perché il lavoro non è tutto

Ne avrai già sentito parlare molte volte, il workaholism – cioè la dipendenza dal lavoro – è diventato un problema sociale sempre più sentito, soprattutto dalle nuove generazioni. Complice anche l’innovazione tecnologica, con il diffondersi dello smartworking il confine tra l’ambito professionale e la vita privata è sempre più labile.

💡Ovviamente molto dipende da metodologie di lavoro tossiche che poco hanno a che fare con una gestione efficace del lavoro a distanza.

Ecco i campanelli d’allarme più comuni che indicano la presenza di una dipendenza da lavoro:

  • lavori più di 8 ore al giorno, spesso anche durante il weekend;
  • eviti di prendere giorni di malattia, ferie e permessi, anche quando ne hai la necessità;
  • fatichi a stare lontano dal lavoro;
  • ti preoccupi tutto il giorno di questioni inerenti al lavoro;
  • non coltivi alcun hobby o interessi al di fuori del lavoro.

Per fortuna esistono molte soluzioni pratiche per limitare questo tipo di disagio, come questi cinque consigli che puoi applicare da subito nella gestione delle tue giornate di lavoro:

  1. stabilisci delle priorità sulle cose da fare e pianifica la tua agenda avendo cura di ritagliarti dei momenti liberi;
  2. stabilisci degli orari in cui mettere da parte la tecnologia, per esempio di sera;
  3. prevedi del tempo per te da spendere in attività piacevoli e interessanti;
  4. passa del tempo con gli amici e i familiari;
  5. pianifica dei periodi di vacanza e stacca completamente dal lavoro.

Il consiglio migliore che ci sentiamo di darti è trovare l’equilibrio fra il tempo che dedichi al lavoro e il tuo spazio personale, che è il vero segreto per coniugare felicità e lavoro come ci ricorda Raffaele Gaito in un video in cui è stato nostro ospite.

Il rischio, infatti, è non riuscire a gestire lo stress e caricarci oltre le nostre possibilità. Che è proprio l’argomento di cui parliamo nel prossimo paragrafo.

4) La sindrome da burnout, quando il troppo è TROPPO  

La sindrome da burnout è un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente associato al contesto lavorativo. Hai presente quel momento in cui pensi “Non ce la faccio!” e la routine quotidiana non ti soddisfa più? Parliamo esattamente di questo.

Il burnout non va sottovalutato considerando i sintomi come passeggeri e poco importanti, perché le difficoltà che causa possono sfociare in disturbi ancora più complessi da affrontare. Oggi se ne parla molto spesso e riteniamo che sia una gran cosa aumentare la consapevolezza dei professionisti su una tematica così importante. Non basta conoscere le strategie per superarla – come la psicoterapia – ma è importante prevenire la sindrome del burnout modificando quelle abitudini lavorative malsane e adottando, invece, le misure utili a contrastare il normale stress della quotidianità. 

È un argomento che ci sta molto cuore, si vede? ❤️ 

5) Mobbing

La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob, cioè assalire con violenza, ed è stata utilizzata dall’etologo Konrad Lorenz per indicare nel mondo animale la condotta violenta tra individui della stessa specie per escludere un membro del gruppo. 

In ambito lavorativo, il termine è stato impiegato per la prima volta dallo psicologo tedesco Heinz Leymann per definire una serie di condotte aggressive e frequenti nei confronti di un lavoratore compiute dal datore di lavoro, superiori o colleghi. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di terrore psicologico sul luogo di lavoro, che si verifica sotto forma di vessazioni, attacchi verbali, calunnie, e atteggiamenti aggressivi. Quando si verifica una situazione di questo tipo, chi ne è vittima vede gli effetti sulla propria produttività e fatica a concentrarsi e a lavorare serenamente. Lo scopo finale è distruggere la persona emotivamente e psicologicamente fino a farla crollare e declassarla e dequalificarla nello svolgimento delle sue mansioni. Di conseguenza, la vittima è portata al distaccamento sociale e tende ad isolarsi.

I motivi per i quali il mobbing nasce e viene perpetrato sul luogo di lavoro sono molteplici e di diverse entità, ma uno di questi è certamente l’eccesso di competitività. Se ci si trova ad avere a che fare con persone che, pur di raggiungere i propri obiettivi, rendono la vita impossibile ai colleghi, è facile che si sviluppino episodi di violenza psicologica.

Come riconoscere e combattere il mobbing?

Si possono distinguere tre tipologie di mobbing sul lavoro. Uno orizzontale quando è messo in atto dai colleghi di chi lo subisce; uno verticale se il responsabile è il datore di lavoro oppure una persona a un piano più alto della scala gerarchica – e possiamo definirlo bossing; infine ascendente quando chi viene mobbizzato è il datore di lavoro, tramite episodi di insubordinazione e mancanza di rispetto da parte dei dipendenti.

Sono gli effetti sul mobbizzato a essere preoccupanti e riguardare sia gli aspetti professionali che quelli personali di chi subisce mobbing:

  1. perdita di rispetto da parte dei colleghi di lavoro;
  2. diminuzione del potere decisionale;
  3. mancanza di intraprendenza nelle attività lavorative;
  4. sintomi di smarrimento;
  5. peggioramento della salute e delle relazioni interpersonali anche al di fuori del contesto lavorativo.

Per difendersi dal mobbing sul lavoro è la legge a venire in soccorso di chi lo subisce, ma in ogni caso è sempre utile avere una rete di supporto da parte di familiari e amici, e chiedere l’aiuto di uno psicologo che può essere importante nel percorso di rinascita personale e riappropriazione della propria autostima.

I consigli per raggiungere un corretto bilanciamento tra vita professionale e lavorativa non finiscono di certo qui. Vorresti riceverli direttamente nella tua casella di posta elettronica insieme a guide sui migliori strumenti per risparmiare tempo e strategie per lavorare meglio?
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